Food Tech

Uno dei temi più rilevanti a livello mondiale, insieme all’ambiente, è quello del cibo. Le statistiche ci dicono che nei prossimi 35 anni la popolazione crescerà di 2 miliardi (2 MILIARDI!) e la disponibilità di cibo diventerà sempre di più un problema. Un problema di sopravvivenza ovviamente ma anche di tensione sociale, di malessere e tutto ciò che ne consegue (migrazioni, dittature, terrorismo etc etc). La filiera della produzione, conservazione e distribuzione di cibo sono all’alba di un cambiamento epocale. La tecnologia applicata all’agricoltura, se ispirata dal principio “Better food for more people“, può risolvere molti dei problemi che si stanno prospettando all’orizzonte per via dei cambiamenti demografici. Ma venendo al nostro piccolo mondo in questo scenario l’Italia può giocare un ruolo importante. Abbiamo avuto la fortuna di ospitare l’Expo (che come noto ha come tema proprio il food) e lo abbiamo fatto al meglio con un successo indiscutibile e visibile a tutti. Cosa succederà dopo? Una delle proposte che mi sembra più interessante è quella avanzata da Marco Gualtieri: sfruttare la legacy di Expo per fare del sito la Food Valley Italiana. Perché il cibo oltre che sulla nostra tavola è nella nostra storia, nella nostra cultura e nella nostra economia. Qui di seguito l’articolo che elenca 25 (buoni) motivi per fare dell’Expo, al termine dell’esposizione, la Food Valley Italiana

25 motivi per fare dell’area Expo la Food Valley Italiana

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Ancora su Informazione, Giornalismo, Editoria

Ieri Marco Montemagno ha pubblicato questo video 

che per certi versi è impietoso, su alcune cose non sono d’accordo, ma il messaggio di fondo è chiarissimo e condivisibile: che brutta fine hanno fatto l’informazione, il giornalismo e l’editoria... Ogni volta che ci penso mi viene il magone perchè è un mondo che adoro ma anche un senso di rabbia perchè ha fatto di tutto per finire nel buco nero in cui è adesso.

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Se fossi un Vc (o uno startupper)

Sono un appassionato di digitale, mi interesso e mi occupo di start up a vario titolo – startupper, business angel, azionista, membro di advisory board di un Vc seed, consulente – da quasi 10 anni (8 per la precisione). E in questo periodo mi sono fatto un’idea chiara di che cosa finanzierei e che cosa no. Sicuramente è il frutto diretto della mia esperienza e pertanto opinabile e parziale. Ma tant’è: se fossi un Venture Capitalist questo sarebbe l’elenco di raccomandazioni che metterei sulla pagina di invio dei progetti.

  1. Se pensi che negli Stati Uniti tutto sia meglio, le premoney, i venture capitalist, gli incubatori etc etc hai perfettamente ragione. Pertanto non mi mandare il tuo progetto, prendi un aereo e vai a San Francisco.
  2. Se il tuo Business Plan, a fine periodo, fa il 40% di Ebitda e 20 milioni di € ricavi non me lo mandare, non lo prendo in considerazione.
  3. Se il tuo progetto è di coda lunga, non ha ancora un modello di business o deve raggiungere alcuni milioni di utenti, non me lo mandare, non ci credo.
  4. Se non vuoi seguire il consiglio sopra, almeno togli la slide in cui dici che cresci perché il tuo marketing sì che è virale.
  5. Se mandi un progetto B2c sappi che non li escludo ma preferisco quelli Btob.
  6. Elimina dalla presentazione (se c’è) la slide sulla exit che dice “IPO o Trade Sale”.
  7. Oltre a che cosa farai nei prossimi 5 anni dimmi soprattutto che cosa vuoi fare nei prossimi 3 mesi

Lo so anche io: non sono raccomandazioni particolarmente evolute ma prendono semplicemente atto della realtà in cui siamo, una realtà ancora poco evoluta appunto. Che ha fatto enormi passi in avanti in pochissimo tempo ma che è ancora all’inizio: pochi soldi da investire, pochi vc, poca competizione tra di loro e soprattutto poche exit. Questa è senz’altro la parte più debole del sistema che più di altre fà si che i vc possano rischiare poco e puntino su realtà che possono avere, più di altre, qualche chance di “tornare” dell’investimento. In questo modo ci perdiamo le opportunità più golose che invece sono consentite negli States (Facebook, Twitter, Snapchat & co.) ma non è “colpa” dei fondi e della loro supposta codardia, incapacità o avidità.  Bisogna sempre ricordarsi che cos’è in sintesi il mestiere di un vc: fornire alle start up strumenti per la crescita (denaro e non solo), contribuire a creare valore e poi vendere la propria partecipazione remunerando gli azionisti. Ma siccome fin qui il Venture Capitalist non l’ho mai fatto ma lo startupper sì, se dovessi rifarlo rimanendo in Italia terrei per buone esattamente le stesse regole. Oppure andrei direttamente in Usa senza lamentarmi troppo.

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Agid

Ho inviato  la mia candidatura per la  posizione di Direttore Generale dell‘Agenzia per l’Italia Digitale. Non mi prenderanno mai: non ho storia “romana”, non ho agganci, non sono per nulla introdotto. E allora perché? Semplicemente perchè mi sentivo di farlo indipendentemente dai calcoli sulle probabilità di successo. Perché penso che a un certo punto della vita sia doveroso provare a fare qualche cosa per la collettività, dare il proprio contributo  per la crescita del paese. Perché sono certo che lo farei con passione, energia, determinazione e onestà. Volendo, l’Agid può essere il motore di sviluppo dell’economia digitale, è un occasione che non deve sfuggire, chiunque la vada a dirigere.
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